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Storie di Campioni indimenticabili

Il Regno Unito e il pugilato. Una storia gloriosa.

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Scritto da Rugantino Marcantoni
domenica, 07 agosto 2016

Oggi chiunque segua il pugilato sa che il Regno Unito, con ben 14 campioni di sigla, domina la classifica delle nazioni più titolate.

Il Regno Unito, tuttavia, oltre ad essere la patria del pugilato moderno, ha sempre giocato un ruolo da protagonista nella storia della boxe, sia in termini qualitativi che in termini quantitativi.

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Ray Arcel, il Socrate della boxe

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Scritto da Leonardo Pisani
mercoledì, 30 marzo 2016

Inizò a boxare  nel 1914; all'epoca il campione mondiale dei pesi massimi era Jess Willard e da allora Ray Arcel non smise mai di seguire la noble art: divenne anzi il maestro dei maestri del pugilato. Sapeva di non poter diventare un grande pugile e scelse la strada dell'’uomo d'’angolo iniziando a lavorare con Dai Dollings e Frank "Doc" Bagley.

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Leletto, il pugile massacrato ad Auschwitz

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Scritto da Leonardo Pisani
giovedì, 28 gennaio 2016

Lo chiamavano Leletto ma il suo vero nome era Leone; ed un leone era sul ring dove combatteva con ardore contro chiunque, contro i migliori. Leone Efrati era di Roma, frequentava l'’Audace e si diede al professionismo appena ventenne per far soldi ed aiutare la famiglia.

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Chi ha ucciso Davey Moore?

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Scritto da Leonardo Pisani
giovedì, 21 gennaio 2016

David Schultz Moore, meglio conosciuto come Davey Moore, nacque il 1 novembre 1933 a Lexington, nel Kentucky, ma ha sempre vissuto a Springfield nell'’Ohio; soprannominato “il fucile di Springfiel”d vinse il titolo mondiale dei piuma nel 1959 sconfiggendo alla tredicesima ripresa il forte nigeriano Hogan Kid Bassey e mantenne il titolo fino al 21 marzo 1963, una data che è entrata sia nella storia del pugilato che in quella della musica, per un avvenimento tragico. In 10 anni di carriera Moore sostenne 67 incontri con 59 vittorie (30 prima del limite), 7  sconfitte ed un pari.

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La profezia del Guercio e di Hemingway: "Jack, non voglio i tuoi soldi, Gene ti batterà!"

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Scritto da Leonardo Pisani
giovedì, 14 gennaio 2016

Il guercio” lo fissò e secco rispose: ““Jack non voglio  i tuoi soldi; Gene ti batterà. Il Maglio di Manassa rimase sbalordito da quella risposta; conosceva bene l’'uomo ed il suo carattere bizzarro; ma anche la sua schiettezza.. Il campione mondiale dei massimi; l’'uomo più forte del mondo; la tigre umana fu colpita da quella affermazione.

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Barry McGuigan. Campione, eroe e maestro di vita

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Scritto da Rugantino Marcantoni
venerdì, 30 ottobre 2015

Pochi pugili possono essere considerati oltre che campioni dei veri e propri eroi, capaci di riunire un intero popolo diviso da fedi religiose ed idee politiche completamente contrastanti. Barry McGuigan appartiene a questa ristrettissima categoria.
 

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Quando un giovane Kubrick immortalò Rocky Graziano

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Scritto da Leonardo Pisani
venerdì, 22 maggio 2015

Il 21 maggio 1990 ci lasciava il "napoletano" Thomas Rocco Barbella nato a New York il 1 gennaio 1919 e conosciuto come Rocky Graziano. Fu uno dei pugili più amati non solo dagli italoamericani per il suo "stile" selvaggio, un picchiatore micidiale. Le tre sfide con Zale furono "atomiche". Lo voglio ricordarde con questo mio articolo che va oltre la boxe, l'incontro con un giovane fotografo che diverrà una leggenda del cinema. Comunque se "Qualcuno lassù mi ama" anche qua giù molti ancora amano "The Rock".
                     
 Il 28 luglio del 1928 nello Yankee Stadium del Bronx, a New York, Gene Tunney sosteneva il suo ultimo incontro difendendo il mondiale dei massimi contro il forte neozelandese Tom Heeney, grande pugile ma anche atleta completo che praticava molti sport; il pugile “teologo” sconfisse l’ex fabbro per kot alla 11esima ripresa, poi annunciò il ritiro dal ring come aveva promesso alla fidanzata, l’ereditiera Mary "Polly" Lauder, a settembre si sarebbero imbarcati per l’Italia facendo scalo a Napoli- dove li accolse Erminio Spalla già avversario del campione- per poi proseguire a Roma e sposarsi.

 

 

Sempre quel giorno, nasceva un bambino, sarebbe cresciuto  poco distante dallo Yankee Stadium e che avrebbe fatto parlare di sé, si chiamava Stanley. Segno del destino, con la boxe avrà un rapporto particolare; no non divenne un praticante della noble art ma un genio sì, ed inizio la carriera proprio con la boxe. Svogliato a scuola, ma vivace e pieno di interessi, il piccolo Stanley si appassiona grazie al padre la passione per il jazz, gli scacchi- giocava benissimo e guadagnava qualche dollaro nei tornei - ma soprattutto per la fotografia. Aveva 13 anni quando il padre Jacob Leonard Kubrick - medico di professione - grande appassionato di foto gli fa provare la sua macchina e poi gliene regala una; finalmente il giovane Stanley Kubrick trova la sua strada, quella dell’arte delle immagini e si butta a capofitto sino a diventare un ottimo fotografo. 
 

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Cleto Locatelli: il Boxer che stregò la Ville Lumière

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Scritto da Leonardo Pisani
lunedì, 02 marzo 2015

 

CLETO LOCATELLI:
IL BOXER CHE STREGO' LA VILLE LUMIERE

      
Il formidabile  Marcel Cerdan parlando degli inizi della sua carriera ad una radio francese, ricordò due incontri  sostenuti con un italiano ormai a fine carriera ma dal talento incredibile, il campione mondiale dei medi raccontò che ebbe molto da imparare da quei match soprattutto su come boxare nel corpo a corpo e poi :"Ho  tirato di boxe contro Locatelli  e per molte riprese ho creduto di combattere contro Satana , nonostante  mi fossi  fatto il segno della croce ...”.

Parliamo di Anacleto Locatelli , anzi Cletò  come lo chiamavano nella Ville Lumière, dove era diventato un idolo dei parigini, ospite di serate mondane, habituè della rive gouche e dell’ippodromo.

Una vedette che incantò tutti con la sua arte nel boxare; così lo descrive Umberto Branchini che lo vide combattere: “Magnifico esemplare della più bella scuola pugilistica, non diciamo italiana, sia per lo stile e il talento personale sia per aver assimilato da molti ring, avendo vissuto la sua pagina sportiva soprattutto all’stero. Grande classe e grande spettacolo.

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Barrera - Morales 15 anni dopo il leggendario incontro

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Scritto da La Redazione
giovedì, 19 febbraio 2015


La notte del 19 febbraio 2000, esattamente 15 anni fa Erik "Terrible" Morales  (52-9, 36 KO)  e Marco Antonio Barrera  (66-7, 44 KO) si affrontarono per la prima volta sul ring del Mandalay Bay Hotel di Las Vegas in un incontro che sarebbe entrato di diritto nella storia della Boxe.
In palio quella sera un posto nella leggenda oltre che la supremazia dei pesi supergallo con in palio la corona WBO detenuta, allora, da Barrerra e WBC che apparteva invece a Morales.

   

Morales, originario di Tijuana, aveva 23 anni e un record immacolato in oltre 36 combattimenti, con già all'attivo 8 difese della storica cintura verde e oro WBC da quando l'aveva sottratta per KO a Daniel Zaragoza 3 anni prima soltanto 20enne.

 

Barrera, anche lui messicano orginario però di Città del Messico, era più vecchio di 3 anni e si presentava con un record impressionante di 49 vittorie e 2 sconfitte. Aveva anch'egli difeso la cintura WBO per lungo tempo (8 difese) prima di perderla con l'americano Junior Jones nel 1996 e recuperarla solo 2 anni dopo contro Richie Wenton.

 

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Bradley vs Provodnikov: storia di una guerra tra due volontà d'acciaio

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Contributo di Carlo Tartaglia
mercoledì, 14 gennaio 2015

 

E' il 16 marzo 2013 a Carson, California. Al Home Depot Center fanno il loro ingresso due pugili determinati a lottare fino alla fine, ma che non possono nemmeno lontamente immaginare cosa sta per accadere.

 

 

Da una parte Timothy Bradley (29-0, 12 KO), campione WBO dei welter, dall'altra Ruslan Provodnikov (22-1, 15 KO) che sale di peso per strappare il titolo al suo avversario, che lo difende per la prima volta.

 

Il russo Provodnikov è uno slugger che non conosce la paura, un uomo dalla mentalità rara: non gli interessa contro chi ne' a che peso, gli importa poco anche dei soldi, vuole solo combattere e mostrare al mondo quanto vale.

 

Timothy Bradley è un pugile atletico, versatile, rapido. Ma attraversa una situazione psicologica difficile. Nel suo match precedente ha conquistato il titolo a spese di Manny Pacquiao, ma l'ha fatto grazie a una decisione che molti hanno trovato ingiusta.

Quella vittoria per Tim è diventata una maledizione: la gente lo odia, gli dice che è un campione "di cartone", che non merita la cintura. Riceve addirittura minacce di morte da qualche fanatico.

Lui ne soffre, si sente umiliato. In fondo il lavoro dei giudici non dipende da lui, che ha semplicemente fatto il suo lavoro sul ring. Magari non meritava di vincere, ma nemmeno di essere trattato cosi'.

 

Ruslan Provodnikov di Manny Pacquiao è stato lo sparring partner, condivide con lui la palestra e lo stesso trainer: il grande Freddie Roach. Cresciuto mangiando carne e pesce cruda in Siberia, per Ruslan è già un miracolo essere arrivato dov'è. E' pronto a tutto per vincere.

 

Il match ha inizio. La fase di studio dura pochi secondi, poi Bradley si ferma e scambia. Errore madornale dettato dall'orgoglio e dalla voglia di riscatto.

Per Provodnikov è la condizione ideale e dopo pochi secondi il campione viene centrato da un destro spaventoso e crolla al tappeto. Per l'arbitro è solo scivolato, ma nel rimettersi in piedi Bradley perde di nuovo l'equilibrio (foto), dimostrando che in realtà giù non c'è andato per una scivolata, ma perchè è in grave difficoltà.

 

 

E' guerra.

Bradley si rialza e riesce a resistere, Provodnikov attacca disperatamente alla ricerca del colpo risolutore. E' una guerra di volontà tra due uomini che non conoscono la parola arrendersi e sono pronti a qualsiasi cosa per vincere.

Finchè Bradley riesce a tenersi a distanza vince i round con relativa facilità, ma appena Provodnikov si avvicina gli fa male. Male davvero.

Una cosa salva Tim: il suo cuore. Anche nei momenti più disperati non gli permette di mollare.

Riporta un trauma cranico nel primo round e combatte lo stesso, fino alla fine, portando esattamente 1000 pugni in 12 riprese.

Ruslan attacca come un animale affamato, incassa e riparte come se nulla fosse. Quando viene colpito forte si ferma un attimo e sorride. E' un sorriso di sfida, inquietante. Poi riparte. Ha fame.

 

Sul finire del sesto round succede qualcosa di indimenticabile: lo slugger russo centra il campione e lo sbatte contro le corde, tempestandolo di colpi. Bradley lega, cerca il centro del ring ma le gambe non reggono. Si appoggia di nuovo alle corde. Provodnikov gli sta addosso e continua a martellare, Tim, praticamente KO in piedi, inizia a contrattaccare.

Entrambi i guerrieri portano colpi selvaggiamente, scambiano disperatamente, c'è l'anima in quei pugni. Bradley invita l'avversario a colpirlo ancora. Finisce il round.

I telecronisti sono esterrefatti: "Ma di cos'è fatto Bradley?" chiede Max Kellerman; "acciaio!", risponde Roy Jones Jr.

 

I volti dei due pugili iniziano a mostrare i segni della durissima battaglia, entrambi i trainer sono preoccupati per le loro condizioni e pensano seriamente di fermare il match. Ma si va avanti.

Bradley porta a casa i round 7 e 8, Ruslan ha le braccia pesanti e sembra prendersi un po' di riposo: continua ad avanzare, ma i suoi colpi si contano sulle dita di una mano. Tira un po' il fiato, ma è comunque pericoloso. Fino all'ultimo secondo di match...

 

 

Manca una sola ripresa. L'ultima, la dodicesima.

All'angolo di Provodnikov, il russo sanguina dalla bocca, dal naso e da un taglio sull'occhio sinistro, per non farsi mancare niente. Freddie Roach cerca di motivarlo: "Mi hai dimostrato che puoi fargli male. Appena è in difficoltà, stagli addosso!".

All'angolo di Bradley, il campione ha lo sguardo spento, è distrutto, ma non si arrenderà. Piuttosto si farebbe ammazzare. Il suo trainer Joel Diaz lo guarda negli occhi e lo avverte: "Cercherà di metterti KO, quindi farai meglio ad essere intelligente. Tocca e spostati".

 

Suona la campana. Ultimi 3 minuti di un match pazzesco.

Il pubblico non crede a quello che ha visto. E non è ancora finita.

Il primo minuto e mezzo è di Bradley, che deve solo restare in piedi per vincere e tenersi il titolo. 53 secondi alla fine del match.

BOOM.

Un gancio sinistro di Ruslan fa volare il campione per il ring.

Bradley resta in piedi grazie alle corde, ma è solo questione di tempo. Lo slugger siberiano esegue gli ordini di Roach: gli sta addosso, non gli dà respiro. Quando mancano 11 secondi alla fine, il campione cede.

Bradley appoggia il ginocchio al tappeto. E' knockdown.

 

 

Tim si rialza al 6, e quando l'arbitro termina di contare arriva l'ultima campana. Il campione è riuscito a restare in piedi.

Entrambi i combattenti sono distrutti dalla fatica e quasi increduli: hanno lasciato una parte di se' quella sera sul ring di Carson.

 

 

Arriva la decisione. UD per Bradley, strettissima, sofferta come non mai. Per me giusta. Ma non ci sono sconfitti: sia Tim che Ruslan hanno scritto insieme la storia del nostro sport e il loro match andrà agli annali come Fight of the Year 2013.


L'ammirazione reciproca tra i due crescerà enormemente dopo quella notte, i due uomini non parlano la stessa lingua ma si guarderanno negli occhi con sincerità e si abbracceranno con quel rispetto speciale che unisce due guerrieri dopo un incontro così.

Hanno combattuto per la vita, l'uno contro l'altro. Si sono spaccati la faccia a vicenda.

Solo loro due sanno cos'hanno condiviso e si rispetteranno sempre e profondamente per questo.

 

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Un ricordo di Randy Turpin

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Scritto da Rugantino Marcantoni
sabato, 03 gennaio 2015

La breve vita di Randy Turpin può essere perfettamente riassunta in queste poche righe scritte da Thomas Mordaunt, poeta del diciottesimo secolo: “una sola ora di vita gloriosa vale una vita intera senza gloria”.

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